Angelo, Francesca, Adalgisa e Carlo: i nonni di Tiziana Rogora
Scritto da Tiziana Rogora
Vedere il nonno che si alzava molto presto, la mattina, per accudire le galline, i conigli, per andare al campo a curare l’orto e riordinare gli attrezzi nella “casa matta”, in mezzo al granturco, era davvero qualcosa di inedito.
Correvo in bicicletta tutto il giorno, nei dintorni del campo del nonno; tornavo a casa solo per mangiare, dormire e svolgere qualche compito scolastico; ma leggevo, scrivevo poesie, perché tutto ciò che mi circondava era insolito e bello, tutto da scoprire: le persone, tanti parenti, cugini persone che parlavano in una lingua che a poco a poco stavo imparando (il dialetto milanese ibridato con qualche nota bergamasca); ogni elemento nuovo era entusiasmante, persino la difficoltà di non avere acqua calda corrente né servizi igienici comodi non era un problema, ma una sfida che vivevo con allegria.
Mi dispiaceva vedere i conigli chiusi in gabbia, soprattutto quando nascevano i piccoli, che io avrei voluto abbracciare e coccolare, tutti ad uno ad uno. Andavo a cercare i gatti che si nascondevano nei vari anfratti del cortile per farli giocare. Giocavo anche con un cane di razza collie dei parenti vicini, anche se lui ogni tanto perdeva la pazienza e mi ringhiava contro; una volta che non ho desistito dal coccolarlo, ha “finto” un attacco, che mi ha molto spaventato, anche se non mi ha fatto alcun male.
Non amavo troppo le galline, perché non si lasciavano toccare, eppure, poverine, facevano ogni giorno ottime uova. Mio nonno allevava gli animali, ma non riusciva ad ucciderli, quando decidevano di che era arrivato il momento di metterli in tavola. Lasciava il compito a mia nonna. Io non so come riuscisse. Ricordo ancora con un brivido di tristezza e disgusto il coniglio appeso a frollare, dopo essere stato scuoiato. Eppure non riuscivo a disprezzare la nonna, per questo: era così che aveva potuto nutrire la famiglia, i suoi cinque figli, durante la guerra.
E aveva anche aiutato molta gente sfollata dalle città, soprattutto da Milano, regalando loro cibo: farina, uova, verdura, carne, senza guadagnare al “mercato nero”, come facevano altri, approfittando del fatto di essere agricoltori e allevatori della difficoltà degli altri, che non avevano altro che qualche soldo o gioiello, che scambiavano volentieri, pur di mettere qualcosa sotto i denti.
Infatti i miei nonni sono morti poveri, ma tante persone hanno serbato di loro un grato ricordo: hanno dimostrato riconoscenza, con il loro affetto, andando a visitarli quando potevano, una volta finita la guerra e i tempi duri. E questo, insieme al fatto di essere riusciti a crescere i loro figli, a conoscere i nipoti, ad essere circondati dall’amore di familiari, parenti e amici, credo sia stato per loro il dono più grande.
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